Argonauti nelle Alpi – Il libro

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Argonauti, l’ultimo incontro. ERBE, SEGRETI, MISTERI. Michela Murgia incontra i guaritori valdostani.

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Michela Murgia è arrivata alla Maison de Anciens Remèdes a Jovencan, venerdì 18 gennaio scorso. Emozionata (ed emozionante), ha nuovamente incontrato i “suoi” testimoni insieme ad un piccolo pubblico di curiosi di erbe, segreti e misteri delle Alpi, successivamente al viaggio di scoperta fatto il 15 maggio scorso. Ha “restituito” loro il senso di quell’incontro primaverile, comunicando a tutti una bella sorpresa. Ne sentiremo parlare presto…

Ecco, di seguito, alcune testimonianze di Michela:

“Parlammo molto (a maggio, ndr) delle erbe quel pomeriggio, ma voi parlaste spontaneamente dei secret, io non vi nascondo che i secret mi interessavano molto di più delle erbe ed era quella l’arnica che poi ha lavorato in questi mesi, nel senso che visti da fuori, registrati noi in quel momento e mostrati all’esterno saremmo sembrati molto strani, perché voi dicevate cose che la medicina classica non ammette e io non provengo da un ambiente molto disponibile nei confronti di questo tipo di soluzioni relazionali ai malesseri. Tuttavia è anche vero che non è stato un caso che voi foste valdostani e io sarda, probabilmente se fossi stata romana me ne sarei tornata a casa e avrei pensato di aver incontrato trenta persone molto originali da ricordare e da raccontare un giorno ai miei figli. Invece non è stato così perché le cose che voi mi avete raccontato facevano esattamente il paio con i miei ricordi di bambina, con i ricordi dei miei vecchi e con una pratica che sulla mia isola, io quella sera non ve ne parlai perché eravate voi che dovevate parlare e io ascoltare. In Sardegna esiste una pratica molto simile a quella che voi fate che sono appunto preghiere di guarigione che noi chiamiamo brebusu cioè verbi, parole, sono un retaggio molto antico, sicuramente pre cristiano, ma non hanno la forma che mi avete mostrato voi. Se io li cercassi trenta di questi detentori di brebusu non li troverei e se li trovassi non riuscirei a metterli insieme in una stanza perché ciascuno di loro ha un’estrema gelosia del suo segreto e non lo rivelerebbe, non rivelerebbe neanche come opera, non farebbe con me quello che voi avete fatto con me. Quindi in qualche modo il confronto che abbiamo avuto mi ha rivelato anche una parte del mio mondo a cui io non potrei accedere e che probabilmente si sta perdendo con una capacità molto superiore a quella che vivete voi. La Valle d’Aosta mi ha fatto l’impressione  di un’isola, non di una regione confinante con qualcosa, la sensazione e l’ho ripetuta sia a Riccardo (Piaggio) quando poi lui nell’isola è venuto a casa mia, sia a Chiara (Piaggio) quando mi ha accompagnato via da qui, ho ripetuto la sensazione di aver visitato, di aver attraversato un mare, una distanza che segnava una differenza molto forte culturale rispetto al resto del mondo a cui siete attaccati ed è una distanza che io so riconoscere perché io in un’isola ci vivo davvero, però qui l’ho sentita marcatamente. Da quando ho iniziato a fare questo mestiere del racconta storie, tutte le cose che non possono essere raccontate così come si sono verificate vanno narrate in un’altra maniera per cui in questi mesi ho preso la decisione di ambientare il mio nuovo romanzo qui e l’ispirazione siete stati voi con questa ricchezza che mi avete mostrato, ripeto per me non ha valore talismanico, ha valore di relazione è evidente che siete voi, la vostra fede che agisce sulle persone, la testimonianza di Davide (Mancini) in questo senso supera le mie considerazioni. Ecco, pensare che quell’incontro con me sia stato per voi anche un’occasione per conoscervi reciprocamente, per me è un fortissimo elemento propulsivo, perché sono convinta che nessun incontro è casuale e quello lo è stato sicuramente meno di molti altri, grazie.

 ANCORA UNA COSA: A BREVE SARÀ DISPONIBILE, ANCHE QUI, IL RACCONTO COLLETTIVO DEGLI ARGONAUTI (PUBBLICATO, NON A FINI COMMERCIALI, DALL’EDITORE SQUILIBRI).

 

A caccia di radici

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Dopo un paio di decenni di caccia alle radici in giro per le Alpi, il caso ha voluto che di recente tornassi in una valle dove di radici ce ne sono tante e alcune di queste, così sostengono i suoi abitanti, sono molto ben assicurate nel terreno. Il luogo è la Val Gardena, in provincia di Bolzano. Una valle piena di alberghi, piste di sci, sentieri e tracciati per la mountain-bike, dove la fiorentissima industria del turismo ha plasmato il territorio rendendolo una vera isola felice per chi cerca con la massima spensieratezza aria pura, svago, e pendii da salire o scendere nei modi più svariati. In alto troneggiano le pareti di dolomia del Sassopiatto, del Sassolungo e del massiccio del Sella, baricentro esatto del mondo ladino, e in un certo senso anche il punto mediano di tutte le Dolomiti. Ed eccoci, appunto, al mondo ladino che qui ha lunghe e nodose radici ben piantate nel terreno e tra le pietre di dolomia. Un tempo la Ladinia occupava una vasta area che andava ben oltre questa porzione di Alpi, partiva dall’Adriatico e arrivava su fino al Danubio, penetrando le vallate della Svizzera orientale. Ma la storia, come si sa, non è clemente con tutti, e la Ladinia, e dunque il suo idioma, si è notevolmente assottigliata fino a formare tre oasi linguistiche distinte: una nei Grigioni, con 50mila parlanti; un’altra nel Friuli, 700mila; e una qui, nelle valli intorno al Sella, con 30mila persone che si definiscono ladini. Ma non basta: di ladino non c’è n’è solo uno, ma ben quattro versioni: in Val Gardena si discorre correntemente il ghёrdeina, in Val Badia il badiot,  poi l’ampezan, il fodom e il fascian. Qualcuno avrà notato che ho detto “oasi” e non “isola”, e la cosa, per chi va a caccia di radici come me, non è affatto secondaria. La differenza tra “oasi” e “isole” culturali non è una questione puramente terminologica e di lana caprina: come noto, l’oasi è una porzione residua di un ambiente, in origine, florido e più ampio, intorno al quale ha preso il sopravvento un’altra entità territoriale, un’altra cultura e altre radici; l’isola, al contrario, è qualcosa di marginale, unico, appartato, solitario, dunque irrilevante dal punto di vista storico. L’oasi può vantare un passato antico, chi vive sull’oasi è “l’ultimo” di un mondo che tanto tempo prima era prosperoso e grande. E visto che le radici penetrano nel terreno e scendono in profondità  (nelle profondità, come sanno bene gli archeologi, si stratifica il tempo), i “radicati” in un’oasi culturale potranno raccontarvi di un passato mitico e leggendario. Avremo modo di scrivere ancora delle radici ladine in questa avventura degli Argonauti. Ma ci tengo ad avvertire i miei lettori di una cosa: non chiamate mai la Ladinia un’isola culturale. Pensate a un’oasi. I cacciatori di radici imparano presto la differenza.

MARCO ALBINO FERRARI


 

IL CALENDARIO DEGLI EVENTI

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8 luglio 2012 ore 18.00 – Torino – Cortile Palazzo Carignano
Festival dell’Oralità popolare con Elena Stancanelli e Enrico Camanni. Modera Gianluigi Ricuperati

6 agosto 2012 ore 21.00 – Santa Cristina (Val Gardena) – Sala Comunale, con Marco Albino Ferrari e Giovanni Kezich Modera Gianluigi Ricuperati

31 agosto 2012 ore 17 – Como – Villa Cantoni - Parolario con Enrico Camanni e Marco Albino Ferrari Modera Gianluigi Ricuperati

15 settembre 2012 ore 18.00 – Jovencan (AO) – Maison des Ancies Remedes La Nuit des anciens remèdes con Michela Murgia
Modera Gianluigi Ricuperati

 

La salvaguardia del patrimonio culturale immateriale è uno dei punti rilevanti delle politiche culturali contempo- ranee ed è considerata attività fondamentale per difendere la creatività e il senso di appartenenza e identità delle comunità, in modo particolare nelle aree transfrontaliere storicamente soggette a reiterati processi di scambio.

Le Alpi, cerniera d’Europa, ospitano popolazioni molto diverse per storia, lingua, economia, organizzazione giuridi- ca e appartenenza amministrativa e malgrado le differenze, tutte queste popolazioni condividono la convinzione di far parte di una stessa grande famiglia legata da quel potente cemento che è talvolta chiamato “alpinità”. Le diverse comunità hanno saputo conservare fino ai nostri giorni una parte consistente dell’eredità culturale pro- pria di ognuna, ma il problema è che questo patrimonio, spesso sottovalutato e trascurato dalle culture ufficiali, rischia di dissolversi rapidamente.


 

Ti racconto un segreto

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Michela Murgia incontra i testimoni dei patrimoni immateriali alla Masion des anciens Remèdes a Jovencan (AO)

Raccontare senza svelare, un esercizio di equilibrio. All’inizio non è stato facile per Michela Murgia capire che si trattasse di parole. Arrivata di corsa dal Salone del libro e circondata subito da tutte quelle persone che hanno iniziato a raccontarsi, non c’è stato tempo per introdurla al secret. Tutti quelli presenti nella stanza sapevano di cosa si stava parlando, e quando si presentano uno ad uno e dicono “ho il secret”, nessuno ha pensato di spiegare alla scrittice di cosa si trattava E d’altra parte, come fare? Si può spiegare un segreto? Se ne può parlare senza che questo venga svelato? All’incontro valdostano degli Argonauti ho assistito a un esercizio di equilibrio. Oltre al miracolo dell’ascolto sincero, che trasforma la reticenza in desiderio di raccontare, ho visto persone parlare per ore di qualcosa di mai nominato, mai spiegato, ma sempre capito. Pensavo che un buono scrittore fosse una persona che sapesse raccontare bene. Mi sbagliavo: un buono scrittore è uno che sa ascoltare con attenzione, porre le buone domande, lasciare i giusti silenzi. Così un incontro che tutto poteva sembrare fuorché accidentale, perché programmato, studiato, calcolato, ha potuto trasformarsi in un momento intimo. Anche se le persone coinvolte erano una trentina, nonostante ci fossero tempistiche strette e intrusi come me che facevano foto e ascoltavano assorti, in quell’incontro si è parlato di questioni private. Della salute, della malattia, della cura, dei gesti e delle parole. Dello star male e del tentativo di fornire sollievo. Di un sapere antichissimo trasmesso per iscritto da secoli su fogli che oramai sono quasi illeggibili. Della cura con le piante, farmacopea popolare che resiste al tempo e alle aspirine. Degli attimi di sconforto e del credere. Credere nella cura, nelle proprie capacità e in quelle degli altri. E credere nel potere della parola. Di alleviare, di unire, di trasmettere, di esser viva.

Nora De Marchi – associazione Pourparler - antropologa Argonauti nelle Alpi


 

LE RAGIONI DI UNA IDEA

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http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2012/20120627_video_15551830/00004323-un-progetto-per-salvaguardare-la-cultura-segreta-delle-alpi.php

Quando mi è stato chiesto, durante un primo incontro informale, oltre un anno fa, di immaginare qualcosa che potesse comunicare lo straordinario lavoro di mappatura dei patrimoni immateriali alpini che queste Regioni transfrontaliere stanno portando avanti grazie all’evocativo e difficile progetto E.C.H.I., ho pensato subito ad un viaggio. Che, giocando con il titolo del volume fondativo dell’osservazione partecipante, quello realizzato quasi cento anni da dall’antropologo Malinowski (Argonauti del Pacifico occidentale), ho chiamato il viaggio degli “Ar- gonauti nelle Alpi”. Quattro straordinari narratori, Michela Murgia, Elena Stancanelli, Marco Albino Ferrari, Enrico Camanni, che hanno saputo fare dell’etnografia narrativa e dell’auto-etnografia una cifra del proprio lavoro creati- vo. Che si sono mossi, nella primavera di quest’anno, alla scoperta dei patrimoni immateriali di alcuni territori delle quattro Regioni italiane partner del progetto E.C.H.I., la Valle d’Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano. Michela Murgia ha incontrato alla Maison des anciens Remèdes di Jovencan i testimoni dei saperi legati alla cura con le erbe officinali, Elena Stancanelli le esperienze delle latterie turnarie a Trontano in Val d’Ossola, Enrico Camanni i mascherai di Schignano in Lombardia, Marco Albino Ferrari i saperi, i riti e le storie della Val Gardena. Ciascuno racconterà il proprio incontro con un breve testo che comporrà un racconto collettivo, in uscita il prossimo autunno. Sarà l’occasione per dare vita, grazie anche al puntuale lavoro di Gianluigi Ricuperati, scrittore e animatore culturale responsabile della comunicazione E.C.H.I. (oltre che responsabile, insie- me a me, del progetto editoriale “Argonauti nelle Alpi”), ad un ampio dibattito su quali siano i valori vivi e contem- poranei che questi patrimoni, lontani dal folklore da cartolina, ancora trasmettono. “Save the Date”, per la nostra memoria, per ilnostro futuro.

Riccardo Piaggio ideatore del progetto Argonauti nelle Alpi



Posted from Sassari, Sardegna, Italy.


 

ancora una cosa sulla Val Gardena

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Il patrimonio immateriale, a dispetto della sua denominazione così imponente – patrimonio immateriale dell’umanità – è piccolo. Questa è la prima cosa che mi ha colpito durante l’esperienza in Val Gardena.
Piccolo perché mutevole, sfuggente, afferrabile solo in brevi fotogrammi che ne riproducono una visione parziale e soggettiva.
Piccolo perché, quando non diventa folklore, è custodito nelle storie di vita, nei ricordi, nell’intimità delle case. O nei tinelli, come la tradizione carnevalesca del “ruba la pentola”, che ci è stata raccontata a Selva di Val Gardena. Un banale scherzo, una pentola di minestra rubata con la complicità di tutti (si, anche di quelli a cui veniva rubata…), ma importante perchè riporta alla mente storie d’amore giovanili, amicizie, risate. Un passato ormai passato, che proprio per questo acquista un’aura di magia e di sentimentalismo.
Da tempo ormai antropologi, narratori, documentaristi, come dei coraggiosi Don Chisciotte, cercano di impossessarsi dell’immenso patrimonio immateriale – troppo immenso per essere acchiappato – , e di fissarlo una volta per tutte nella storia perché non vada perduto. Equivale a dire, perché non se ne perda il ricordo. Già, nelle società non più orali, ciò che non è scritto, che non è visibile e tangibile, non c’è.
Ma il patrimonio immateriale non è custodito solo nei ricordi. E’ sì nel bagaglio di saperi e conoscenze, nelle feste tradizionali, nelle ritualità, ma è anche nella nostra quotidianità, nelle piccole cose di pessimo gusto, come direbbe Guido Gozzano, e perfino nelle barzellette.

VIDEO

Sempre in Val Gardena, abbiamo assistito a una sfilata di carnevale. Una qualunque sfilata con i bambini travestiti, come ne abbiamo viste mille. Nulla di esotico né di affascinante. Di primo acchito veniva da chiedersi: cosa c’entra questo?
C’entra eccome. Siamo abituati a pensare al patrimonio immateriale come a qualcosa che non c’è più, che rischia di andare perduto, o a qualcosa di estraneo rispetto alle nostre abitudini. Ma anche la nostra attualità è ricca di patrimoni immateriali, che, come sempre succede, raccontano molto della nostra società. Solo è difficile vederli, perché ci siamo dentro.
Alla sfilata c’erano bambini vestiti da Comandate Schettino, a ricordarci la tragedia della Concordia e la linea sottile che esiste tra il dramma e l’ironia. Altri vestiti da indiani con il flauto e il serpente che esce dal cesto, a dirci che la favola di Ali Babà e i 40 ladroni è ancora attuale, e che il fascino per l’esotico, anche nel mondo globale, è tuttora vivo. I genitori a guardare e fotografare i loro bambini travestiti, poi, lasciavano immaginare i preparativi tra le mura domestiche, e testimoniavano il rapporto generazionale nella nostra cultura; ben diverso da quello delle società cosiddette primitive in cui, il primo evento collettivo a cui i più piccoli sono chiamati a partecipare come protagonisti, è il rito di iniziazione, vale a dire quando smettono di essere “piccoli” ed entrano ufficialmente nel mondo dei “grandi”.
Anche questo è patrimonio immateriale, degno di essere raccontato e, così, reso immortale.
E allora, la parola agli scrittori, che con i loro occhi e le loro penne ci racconteranno dei frammenti di vite alpine.

Chiara Piaggio


 

il formaggio

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Il latte senza la panna dalla quale è stato ricavato il burro, viene messo in un grande pentolone di rame e scaldato fino a 30 gradi. Dentro, viene aggiunto il caglio. (http://it.wikipedia.org/wiki/Caglio_(caseificazione). Dopo circa un’ora il latte coagula, cioè caglia. E si rapprende in un unico pezzo, detto “il bambino”. Il bambino viene avorato dal casaro con le mani, e, tagliato col filo di ferro, messo in forme rotonde.
Quello che resta dopo il formaggio si chiama siero. Viene ribollito con l’aggiunta di sale inglese (http://it.wikipedia.org/wiki/Solfato_di_magnesio)

o aceto, per fare la ricotta.
Le forme di formaggio vengono tenute in cantina a stagionare, e rivoltate una volta al giorno per i primi 60 giorni circa.
elena stancanelli



Posted from Trontano, Piemonte, Italy.


 

le latterie

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Roberto Negrini fa il casaro. Fa anche il casaro, perchè la sua attività principale è la terra. Ma il formaggio se lo fa da solo, e lo fa anche per tutti i soci della latteria. I quali portano il latte due volte al giorno e usufruiscono di un sistema di debiti e crediti per recuperare formaggio da quel latte. Dopo che una mucca ha partorito, deve allattare il vitellino. Il latte migliore è quello che produce subito dopo aver svezzato il figlio, più o meno tre o quattro giorni dopo la sua nascita. Il latte della mucca viene messo in grandi contenitori e lasciato tutta la notte a freddare. Durante questo periodo, la panna sale in superficie. La mattina viene raccolta la panna (scrematura) e portata a 16 gradi. Dopo circa un’ora, e una potente mescolatura, la panna si trasforma in burro, che viene colato dentro stampini di legno.
elena stancanelli

Posted from Trontano, Piemonte, Italy.


 

filetto

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Il filetto è un gioco molto antico, una prima attestazione è incisa su un tempio egiziano ed è databile al 1400 a.c.Si giocava in Cina e nell’antica Roma, anzi, il poeta Ovidio nella sua Ars Amandilo consiglia alle donne per avere fortuna in amore. Incisioni su pietra di filetto sono note in tutta l’Europa medioevale a testimoniare della popolarità del gioco. Domdossola ne conserva diversi…. Il filetto è stato scelto come logo del progetto terre di pietra e di passo…
da Ossola.it, la rivista turistica della Valli d’Ossola

E una specie di marchio di fabbrica, concesso a tutti i prodotti e le attività che si svolgono nella valle. Un filo di Arianna per i turisti, e anche una garanzia di qualità.
elena stancanelli

Posted from Trontano, Piemonte, Italy.