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Argonauti nelle Alpi – Il libro

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Written by echiadm

March 27th, 2013 at 2:21 pm

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IL VIAGGIO COMINCIA

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21 febbraio 2012, si parte. Ma siamo sicuri? La stagione fredda (un tempo chiamata la “brutta stagione”) non è certo il momento più felice per iniziare un viaggio alpino. Soprattutto in questo nevosissimo inverno del 2012, quando tutto sembra rimanere ancora più immobile del solito e il gelo non concedere scampo. Perché dunque partire ora che gli alti passi sono impraticabili, i sentieri intervallivi e i valichi sommersi dalla neve, e l’unica strada aperta è solo quella del fondovalle? Per una qualche acuta forma di masochismo? Per infantile capriccio? Per insano anticonformismo?

Il motivo in realtà c’è, ben nascosto, ma c’è.

Visto che andiamo cercando il cosiddetto (e va beh, chiamiamolo con l’enfasi che merita) “patrimonio immateriale” delle Alpi, allora non poteva che essere proprio la stagione fredda il momento migliore per partire. È infatti la “brutta stagione” la più ricca di riti, tradizioni, consuetudini, credenze, leggende, favole legate alla paura della montagna. Quando le comunità alpine erano immobilizzate dal gelo, quando i lavori all’aperto venivano inevitabilmente interrotti e il buio avvolgeva le vallate, ci si chiudeva in un spazio limitato e le fantasie prendevano il largo. Come poteva non nascere proprio in quei momenti una parte cospicua della “cultura immateriale”? Ce lo dice molto bene anche la lettura attenta di un semplice calendario liturgico, che per i vecchi alpigiani era una sorta di Codice dell’Ordine. Il calendario – si sa – non si limitava a ricordare i giorni dell’anno, ma attraverso la simbologia legata ai santi, scandiva l’immaginario, i pensieri, il ciclo dell’esistenza in una successione continua di eventi rituali. Era dunque l’inverno, l’inverno gelido e pauroso (e in parte lo è ancora oggi), il tempo di fondamentali riti di passaggio della comunità. Il tempo dell’“immateriale”.

Da dicembre a Pasqua si dispiegava una successione di eventi prestabiliti e sempre uguali: si iniziava con il 6 dicembre (San Nicolò) con la festa dei Krampus (un evento diffuso in gran parte dell’Alto Adige e nelle Alpi friulane), e si proseguiva con la festa di Santa Lucia (il giorno più buio dell’anno, in onore della santa cieca, alla quale nel martirio erano stati cavati gli occhi), poi arrivavano le dodici notti magiche di veglia tra Natale e l’Epifania con la cerimonia della Stella e dei Re Magi, poi il 25 gennaio con il rito apotropaico per difendersi dalle vipere dell’estate successiva (giorno in cui San Paolo pare fosse stato morsicato da un rettile), seguiva il passaggio liberatorio del carnevale (il momento dei valori rovesciati, in cui il debole irride il potente, in un eccesso di piaceri che celebra il finale della stagione buia), seguiva la chiamata di marzo (con i fuochi sulle alture e le feste dei coscritti), e infine giungeva la Settimana Santa che culminava con le processioni di Pasqua, e la celebrazione del ramoscello d’ulivo benedetto piantato nei campo per propiziare il raccolto.

Oggi è il tempo del carnevale, e qui si apre un mondo, un mondo in un mondo “immateriale” che andrebbe esplorato come stiamo facendo in questi giorni. Per chi volesse saperne di più scriva su questo blog. Saremo ben lieti, noi Argonauti – insani (questo un po’ sì) viaggiatori sulle Alpi, di raccontare. Alla prossima.

MARCO ALBINO FERRARI

Posted from Sëlva, Trentino-Alto Adige/Südtirol, Italy.

Written by echiadm

April 3rd, 2012 at 1:38 pm

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Perché gli argonauti: raccontare, non documentare

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Fare dell’etnografia significa “scrivere” le culture, non scrivere di culture, ma entrare nel cuore dei mondi che scegliamo di raccontare e documentare. E al cuore del testo etnografico risiede proprio questa doppia dimensione. Qual’è la differenza tra una monografia etnografica e la letteratura di viaggio (diario, reportage, racconto e romanzo di viaggio)? Per l’antropologia accademica italiana e in parte per quella francese (discorso diverso si deve fare per l’etnografia cosiddetta “post-moderna) abissale. Scrive Louise Pratt (cf. “Scrivere le culture”, 1997), a proposito dei “viaggiatori casuali” dell’etnografia, tra cui l’accademia metterebbe il grande reporter Ryszard Kapuściński (1932-2007), tra i più innovativi narratori di culture, ma poco incline alla descrizione (presunta) oggettiva dei fatti, “per i non specialisti come me, la prova più evidente che qualcosa non va (nella monografia etnografica “canonica”), è data dalla semplice constatazione che la scrittura etnografica tende ad essere insopportabilmente noiosa. Com’è possibile, ci si chiede di continuo, che persone così interessanti, che fanno cose tanto interessanti, scrivano libri così insulsi? Che cos’hanno combinato?”. Se l’etnografia deve essere – com’è- mediatrice culturale, deve cominciare con una mediazione tra osservatore, osservato e lettore. In questo senso, ogni scrittura etnografica è una scrittura soggettiva, interpretativa, che vuole essere letta. Documentare significa prendere note, “appunti” testuali, visivi e sonori (su fatti, realtà ma anche impressioni soggettive) sul campo, da tradurre con un testo (che può essere in forma scritta o per immagini). Raccontare significa invece portare una esperienza in forma narrativa, dotandola di un senso e di uno sguardo critico. E considerando l’aspetto espressivo, strutturale, formale e stilistico. Perché se ciò che qualifica l’etnografo è il fatto di aver vissuto realmente una esperienza (vivere una cultura, ricoprirvi ogni ruolo, imparare la lingua ed essere accettati), allora anche un naufrago può essere (e lo è stato, nella figura di Hans Staden, cf. “La mia prigionia tra i cannibali – 1553-1555) un ottimo etnografo. Ciò che fa invece l’antropologo è fornire elementi critici ed espressivi, accanto naturalmente a quelli descrittivi ed analitici. Racconto personale e descrizione oggettivante possono convivere, come momenti separati dello stesso viaggio.Argonauti nelle Alpi è il racconto collettivo dei testimoni, delle comunità e dei riti che compongono il patrimonio immateriale delle Alpi, in particolare di quelle che modellano la geografia di quattro Regioni italiane, La Regione autonoma Valle d’Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano. Argonauti intende comunicare e stimolare consapevolezza e curiosità sul tema dei patrimoni immateriali, attraverso un piano di produzione culturale comunicazione integrata e crossmediale, con l’incontro tra testimoni, riti e comunità da una parte e quattro narratori, che si faranno “osservatori partecipanti”, dall’altra. Si comincia tra pochi giorni, questo giovedì, il 15 febbraio. Il primo narratore, Marco Albino Ferrari, insieme all’antropologa Chiara Piaggio andranno ad incontrare i primi testimoni in Val Gardena, guidati dallo “scout di Selva Stefan Planker, direttore del Museum Ladin (BZ). Cosa vedranno, ce lo racconteranno loro.
Riccardo Piaggio
Ideatore del progetto “Argonauti nelle Alpi”

Written by echiadm

February 8th, 2012 at 12:19 pm

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