L’IDEA

Il progetto ARGONAUTI NELLE ALPI è il racconto collettivo dei testimoni, delle comunità e dei riti che compongono il patrimonio immateriale delle Alpi, in particolare di quelle che modellano la geografia di quattro Regioni italiane, la Regione autonoma Valle d’Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano. L’obiettivo è quello di comunicare e stimolare consapevolezza e curiosità sul tema deI patrimoni immateriali, attraverso un piano di produzione culturale comunicazione integrata e crossmediale, con l’incontro tra testimoni, riti e comunità da una parte e quattro narratori, che si faranno “osservatori partecipanti”, dall’altra. Questo racconto nasce da un viaggio, che i narratori faranno sui territori. Diventerà un blog, un libro collettivo, un evento pubblico.

A fondamento del progetto “Argonauti”, c’è la vocazione a comunicare il progetto Interreg Italia-Svizzera ECHI – Etnografie italo-svizzere per la valorizzazione del patrimonio immateriale”, creando valore culturale, attraverso un’azione culturale e un prodotto editoriale, i cui protagonisti siano i testimoni e le comunità oggetto di studio dei ricercatori E.C.H.I. sui territori partner (Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Bolzano), insieme a quattro scrittori del nostro Paese, non necessariamente residenti nei territori oggetto della ricerca, articolato in altrettante tappe di scoperta dei territori. In ciascuna tappa del viaggio, gli scrittori incontrano i testimoni (i portatori dei mestieri, dei riti, della cucina, della medicina naturale, della musica e delle arti popolari) e le comunità. Il viaggio è funzionale alla pubblicazione (con un editore in fase di definizione) di un racconto collettivo comprendente una mappa illustrata del viaggio, delle comunità e dei testimoni incontrati, strumento di comunicazione del progetto E.C.H.I. sul patrimonio immateriale delle Alpi, oltre che  documento e prodotto culturale. Il viaggio degli scrittori viene inoltre documentato “live” (e diviene dunque “evento” pubblico in sé) attraverso questo blog, che i quattro narratori aggiornano tappa per tappa con immagini, riflessioni, interviste, suoni e musica.

ARGONAUTI è un viaggio di osservazione, incontro e racconto di alcuni testimoni del patrimonio immateriale dei territori italiani partner del progetto Interreg E.C.H.I., da parte di un gruppo di scrittori di provenienza geografica e culturale diversa, con una restituzione in due fasi principali: direttamente, attraverso un blog (come strumento “aperto” e “osmotico” di confronto) che riporta immagini, frammenti testuali (riflessioni e altro). Ad post, attraverso una pubblicazione che comprende  (a seconda dell’autore, a cui viene lasciata “carta bianca” per raccontare testimoni e territori) racconti, ritratti, idee sul patrimonio immateriale delle Regioni alpine.

Quattro scrittori, due uomini e due donne, provenienti da territori vicini geograficamente, culturalmente o idealmente a quelli da raccontare, compiono un viaggio in quattro tappe (ciascuno scrittore visiterà, indicativamente, una Regione) in cui conosceranno, nelle loro case, nei luoghi di lavoro, nelle piazze, i testimoni dei patrimoni immateriali, siano essi legati a ritualità, a mestieri, o ancora a saperi. Insieme ai testimoni (individuati nella mappatura E.C.H.I. ad opera degli antropologi scelti dai partner), possono essere presenti, ad ogni “sosta”, uno chef che sappia legare memoria, cultura tradizionale ed etno-cucina all’innovazione e eventualmente al network Slow Food e un musicista folk del territorio con le medesime caratteristiche di sintesi tra memoria e contemporaneità (figure che potranno tornare nella dimensione pubblica dell’evento “Argonauti nelle Alpi”). Se il contesto lo consentirà, potranno essere presenti anche diversi creativi espressione dei territori  alpini, delle diverse discipline (teatro, arti figurative…). L’incontro tra scrittori, testimoni e autori è un evento “privato” (configurabile come “osservazione partecipante”) e insieme “pubblico” attraverso il blog e l’evento pubblico da presentare ai festival estivi.

Perché gli argonauti: Raccontare, non documentare
Fare dell’etnografia significa “scrivere” le culture, Non scrivere di culture, ma entrare nel cuore dei mondi che scegliamo di raccontare e documentare. E al cuore del testo etnografico risiede proprio questa doppia dimensione. Qual’è la differenza tra una monografia etnografica e la letteratura di viaggio (diario, reportage, racconto e romanzo di viaggio)? Per l’antropologia accademica italiana e in parte per quella francese (discorso diverso si deve fare per l’etnografia cosiddetta “post-moderna) abissale. Scrive Louise Pratt (cf. “Scrivere le culture”, 1997), a proposito dei “viaggiatori casuali” dell’etnografia, tra cui l’accademia metterebbe il grande reporter Ryszard Kapuściński (1932-2007), tra i più innovativi narratori di culture, ma poco incline alla descrizione (presunta) oggettiva dei fatti, “per i non specialisti come me, la prova più evidente che qualcosa non va (nella monografia etnografica “canonica”), è data dalla semplice constatazione che la scrittura etnografica tende ad essere insopportabilmente noiosa. Com’è possibile, ci si chiede di continuo, che persone così interessanti, che fanno cose tanto interessanti, scrivano libri così insulsi? Che cos’hanno combinato?”. Se l’etnografia deve essere – com’è- mediatrice culturale, deve cominciare con una mediazione tra osservatore, osservato e lettore. In questo senso, ogni scrittura etnografica è una scrittura soggettiva, interpretativa, che vuole essere letta. Documentare significa prendere note, “appunti” testuali, visivi e sonori (su fatti, realtà ma anche impressioni soggettive) sul campo, da tradurre con un testo (che può essere in forma scritta o per immagini). Raccontare significa invece portare una esperienza in forma narrativa, dotandola di un senso e di uno sguardo critico. E considerando l’aspetto espressivo, strutturale, formale e stilistico. Perché se ciò che qualifica l’etnografo è il fatto di aver vissuto realmente una esperienza (vivere una cultura, ricoprirvi ogni ruolo, imparare la lingua ed essere accettati), allora anche un naufrago può essere (e lo è stato, nella figura di Hans Staden, cf. “La mia prigionia tra i cannibali – 1553-1555″) un ottimo etnografo. Ciò che fa invece l’antropologo è fornire elementi critici ed espressivi, accanto naturalmente a quelli descrittivi ed analitici. Racconto personale e descrizione oggettivante possono convivere, come momenti separati dello stesso viaggio.