IL PROGETTO E.C.H.I.

“Esistono solo sovrapposizioni di fili che si incrociano e si intrecciano, che iniziano dove altri si spezzano, che stanno in tensione reciproca e formano un corpo composito, localmente variegato e globalmente integrato.[...] È necessario isolare i fili, localizzare i nodi, i cappi, i collegamenti, le tensioni. Un lavoro di precisione capace di portare alla luce le varietà non è sostanzialmente diverso da un lavoro di caratterizzazione generale in grado di determinare le affinità. Il gioco d’abilità sta nel far sì che i due modi di procedere gettino luce l’uno sull’altro.” (C. Geertz, Mondo globale, mondi locali, pp.25-26, Bologna, 1999).

PREMESSA
Per illustrare questo progetto è utile iniziare dalla scelta dell’acronimo. “Echi”. Acronimo, come è noto, è parola formata con le lettere o le sillabe iniziali o finali (akron, estremità) di altre parole o frasi. Un espediente antico, oggi molto utilizzato: come sigla che quasi mai è semplice abbreviazione ma, piuttosto, suggestione (trucco della memoria, anche) che rinvia ad una verbalizzazione complessa. Un’eco, in certo senso. Un’Eco dichiaratamente mitologica, in questa occasione.

Riferisce Ovidio che Eco fosse una ninfa particolarmente abile nell’arte del raccontare. Talmente brava che Zeus la ingaggiava per distrarre la moglie Era, durante le sue frequenti avventure extraconiugali. Era, scoperto l’inganno, non dimostrò però di apprezzare quest’uso un po’ ruffiano dell’arte narrativa e privò la ninfa della sua abilità condannandola a ripetere soltanto le ultime parole delle frasi che udiva.

Eco, dunque, è per antonomasia il frammento di un racconto. Ed Echi sono, perciò, “voci” che riverberano, rimbalzano e si rincorrono – tra pareti rocciose e scenari vallivi, di preferenza – riportando brani di un racconto che, nel paesaggio sonoro, subisce variazioni di effetti, di forme, di interpretazioni e di contenuti, anche.

Questi echi – frammenti immateriali – sono la “materia” di cui si preoccupa il progetto che qui si propone e la sussistenza di una “famiglia di somiglianza” (nel senso che a tale metafora attribuiva Wittgenstein, alludendo alla identità dei miti non di meno che alla loro diversità) tra i patrimoni immateriali delle aree transfrontaliere italo svizzere è il postulato da cui il progetto prende mossa.

IL TERRITORIO
Lungo tutta la loro estensione, le Alpi, cerniera d’Europa, ospitano popolazioni molto diverse per storia, lingua, economia, organizzazione giuridica e appartenenza amministrativa. Malgrado le differenze, tutte queste popolazioni condividono la convinzione di fare parte di una stessa grande famiglia legata da quel potente cemento che è talvolta chiamato “alpinità”. La parola “alpinità” è un neologismo che sottintende una sensibilità umana modellata dalla presenza della montagna, referenze culturali comparabili dettate dal vivere in un ambiente aspro, la consapevolezza diffusa, benché improbabile, di appartenere a una stessa popolazione originaria che la storia avrebbe frammentato.

Gli abitanti dell’arco alpino e dell’area transfrontaliera, lungi dall’essere ripiegati su se stessi, hanno sempre viaggiato e, spesso, incrementato la demografia della pianura con l’emigrazione, prima che il pittoresco scenario della loro vita divenisse attrattiva turistica o rifugio per solitari. Tuttavia la loro capacità di adattamento alle esigenze della storia, che li ha visti popoli migranti e comunità accoglienti, non ha contribuito a farli conoscere meglio. Eppure, ne sarebbe valsa la pena…

Le diverse comunità hanno saputo conservare fino ai nostri giorni una parte consistente dell’eredità culturale propria di ognuna. Spesso sottovalutato e trascurato dalle culture ufficiali, questo patrimonio rischia ormai di dissolversi rapidamente, aspirato da quel grande e irrefrenabile movimento che si chiama globalizzazione.

Lingue e dialetti, sedimentazioni linguistiche uniche, impossibili da riprodurre; racconti fantastici dalle radici profonde, lasciti di civiltà passate; leggende che spiegano usi desueti, paesaggi costruiti dal lavoro dell’uomo e antichi toponimi; canti e musiche, ritmi di ballate di provenienza incerta; saperi e credenze veicolati dalla tecnica e dalla scienza, sempre rinnovabili; rituali ripetuti mille volte per solennizzare i giorni degli almanacchi: tutto rischia di essere inghiottito dall’oblio senza che il semplice ricordo sia affidato a un qualsiasi supporto perché le nuove generazioni ne abbiano memoria.

Al fine di esplorare quest’universo poco conosciuto, di radunarne le parole, i racconti e leggende, i canti, i saperi e le credenze, i rituali e le feste; al fine di organizzarne le conoscenze, per studiarlo e restituirlo al meglio alle popolazioni che l’hanno coltivato per secoli e di proporlo ai cittadini del mondo, le istituzioni pubbliche delle regioni che si spartiscono i territori transfrontalieri delle Alpi centrali, tra Aoste/Aosta e Bozen/Bolzano (Valle d’Aosta, Cantone Vallese, Piemonte, Cantone Ticino, Lombardia, Grigioni e Sud-Tirolo), hanno unito competenze, mezzi, esperienze, sensibilità ed entusiasmo per realizzare, finalmente, il progetto “E.CH.I. – Etnografie italo-svizzere per la valorizzazione del patrimonio immateriale dell’area transfrontaliera”.