la madonna delle rose di Re

senza commenti · lascia un commento

Don Tullio Bertamini vive da sempre nel collegio Mellerio-Rosmini di Domodossola. E’ un padre rosminiano.(http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Rosmini). Studia questo territorio da tempo immemorabile, è una sorta di anziano genius loci. E’ lui che ci racconta la stroia della Madonna delle Rose. “Nell’atrio della chiesa, avevano rappresentato la Madonna del latte. E’ un nome improprio, la si chiama così volgarizzando il tema della maternità celeste. Tiene in mano tre rose. La Madonna viene rappresentata spesso con un fiore in mano. Talvolta è invece il bambino che tiene in mano il fiore. Sotto l’aspetto teologico, significa che la madonna è flos virginum, cioè il fiore della verginità. Indica quindi uno dei dogmi della cristianità. C’erano dei ragazzotti che giocavano nell’atrio della chiesa… non c’erano allora le strade asfaltate o lastricate. giocavano lì, uno ha perso, si è arrabbiato e ha tirato il sasso che ha colpito l’immagine della Madonna proprio al centro della fronte. Il giorno dopo il sacrestano che andava la mattina presto a suonare le campane è passato davanti alla Madonna e ha toccato l’immagine con la mano, come forma di devozione. E si è accorto che la sua mano era piena di sangue.
C’è una pasticceria a Masara che produce biscotti al miele e castagne sui quali è riprodotta l’immagine delle tre rose, tenute in mano dalla Madonna ferita.
elena stancanelli


 

masera

senza commenti · lascia un commento


elena stancanelli

Posted from Masera, Piemonte, Italy.


 

la montagna e la morte. gli affari dei cinesi e la fuga degli indigeni.

senza commenti · lascia un commento

Paolo Lampugnani non è nato qui. E’ di Verona, e ha scelto la val d’ossola da quando ci veniva in villeggiatura da bambino. Adesso, pur avendo una formazione da archeologo, è a capo di una piccola rete di musei di charme, tra questi, il museo del formaggio a Trontano. In macchina ci racconta che dalla valle c’è un fenomeno di migrazione molto forte, che inizia alla fine del secolo scorso e diventa imponente agli inizi del novecento. L’economia di sussistenza del territorio, basata sulla agricoltura e l’allevamento su base familiare, entra in crisi e gli abitanti iniziano a lavorare nelle fabbriche o, più recentemente, a dedicarsi esclusivamente al turismo, affittando le case ai turisti a prezzi sempre più alti. E’ sempre lui a raccontarci la storia delle pietre, la beola e il serizzo. I cinesi, racconta, prendono la pietra in Cina, e nel tragitto in nave fino all’Europa, la lavorano. Le navi sono attrezzate e gli scarti li buttano in mare, senza doversi preoccupare dello smaltimento, come accade agli operai qua in Italia.
elena stancanelli

Posted from Trontano, Piemonte, Italy.


 

IL VIAGGIO. SCHIGNANO

senza commenti · lascia un commento


La Val d’Intelvi è una moderna arcadia sospesa sul lago di Como, una via di mezzo tra collina e montagna. Non ci sono le fabbriche, non c’è il turismo di massa, ma ci sono asini e sentieri, molti boschi che invadono i campi terrazzati e le borgate e i paesi sbriciolati sui due versanti. In primavera la valle è tutta verde; solo molto in alto le chiazze di neve ricordano la montagna. Al visitatore sembra un posto calmo, senza entusiasmi accesi. È difficile immaginare la povertà di un tempo e l’epopea degli emigranti.

Read the rest of this entry »

Posted from Drezzo, Lombardia, Italy.


 

A BREVE, LA MAPPA DEGLI ARGONAUTI

senza commenti · lascia un commento

 

Le Alpi sono insieme un ponte e un’isola. Per attraversare il primo serve curiosità, per la seconda è necessaria una buona mappa. Questa è la geografia di un viaggio. Disegnata da una grande (e utile, a diversi scopi, per qualunque viaggiatore) mappa che segna un percorso di scoperta. Quello realizzato dentro e intorno alle Alpi da quattro narratori-osservatori nel corso del 2012. Ciascuno di loro (sono Michela Murgia, Elena Stancanelli, Enrico Camanni, Marco Albino Ferrari) ha incontrato testimoni e comunità, condiviso saperi immateriali e riti, portando a casa ritratti e racconti inediti. Questa mappa vuole accompagnare i suoi lettori nel proprio viaggio, che potrà essere, per ciascuno, un viaggio di scoperta e di incontro con quei riti e quelle comunità che sono parte di un mondo vivo e contemporaneo, lontano dal folklore stantio e dai miti da rotocalco televisivo del “montanaro”, fuori dal tempo e dalla storia. Un mondo nascosto e perduto, ma ancora accessibile. La società fiorentina Palomar sta realizzando una mappa innovativa delle Alpi, che sarà presentata a fine maggio, insieme a moschettoni dedicati al progetto prodotti dall’azienda valdostana Grivel (vedi post precedente). Se volete prenderne una, venite ad ascoltare i narratori. Primo appuntamento: il 6 agosto prossimo a Selva, in Val Gardena, con Marco Albino Ferrari (Un libro, una montagna).

Posted from Torino, Piemonte, Italy.


 

Argonauti delle Alpi e Grivel Mont Blanc, una partnership “forte”

senza commenti · lascia un commento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agli inizi del 1800 i Grivel, famiglia di origine Walser, si stabilirono a Courmayeur per fare i fabbri. Con l’arrivo dei primi viaggiatori Inglesi che volevano salire la vetta più alta d’Europa ha inizio la storia dell’alpinismo e della Grivel. I ramponi inventati da Henry Grivel vengono utilizzati per tutte le prime salite degli 8000 dell’Himalaya. I fabbri diventano cosi famosi da venire ricevuti dalla Regina d’Inghilterra. Verso la metà degli anni settanta si decide di non investire il necessario per portare l’officina al passo con i tempi e nel 1983 cambia di proprietà. L’obiettivo della nuova proprietà  diventa quello di riportare agli onori della cronaca un marchio indissolubilmente legato alla storia dell’alpinismo.

Oggi, 2012,  Grivel continua a produrre in Italia, si è dotata del più grande impianto fotovoltaico della Valle d’Aosta ed esporta il 92% della sua produzione in tutti i paesi del mondo dove esistono le montagne. I migliori alpinisti della storia hanno arrampicato e arrampicano tutt’ora affidando la loro vita e le loro imprese agli attrezzi Grivel, prodotti “Made in Italy with solar energy”.

Perchè una leggenda rimanga tale è necessario nutrirla di qualità e contenuti. Diventa quindi importante sposare progetti ricchi di argomenti. Gli Argonauti delle Alpi è un progetto che  ci costringe a tornare alle origini e che ci consente di far conoscere le tradizioni delle NOSTRE montagne. Il nostro stesso logo “Grivel Mont Blanc” dice quanto siamo legati alle radici e al Monte Bianco.

La mappa che seguirà tutto il progetto sarà “legata” da un nostro moschettone, un oggetto di tradizione antica, semplice ma essenziale per qualunque alpinista,  che vuole esprimere l’idea del legame alla tradizione, alla montagna e alla scoperta. Ci auguriamo che questa ricerca delle tradizioni permetta soprattutto ai giovani di conoscere ,  capire e amare le loro origini.

 

Posted from Torino, Piemonte, Italy.


 

IL VIAGGIO COMINCIA

senza commenti · lascia un commento

21 febbraio 2012, si parte. Ma siamo sicuri? La stagione fredda (un tempo chiamata la “brutta stagione”) non è certo il momento più felice per iniziare un viaggio alpino. Soprattutto in questo nevosissimo inverno del 2012, quando tutto sembra rimanere ancora più immobile del solito e il gelo non concedere scampo. Perché dunque partire ora che gli alti passi sono impraticabili, i sentieri intervallivi e i valichi sommersi dalla neve, e l’unica strada aperta è solo quella del fondovalle? Per una qualche acuta forma di masochismo? Per infantile capriccio? Per insano anticonformismo?

Il motivo in realtà c’è, ben nascosto, ma c’è.

Visto che andiamo cercando il cosiddetto (e va beh, chiamiamolo con l’enfasi che merita) “patrimonio immateriale” delle Alpi, allora non poteva che essere proprio la stagione fredda il momento migliore per partire. È infatti la “brutta stagione” la più ricca di riti, tradizioni, consuetudini, credenze, leggende, favole legate alla paura della montagna. Quando le comunità alpine erano immobilizzate dal gelo, quando i lavori all’aperto venivano inevitabilmente interrotti e il buio avvolgeva le vallate, ci si chiudeva in un spazio limitato e le fantasie prendevano il largo. Come poteva non nascere proprio in quei momenti una parte cospicua della “cultura immateriale”? Ce lo dice molto bene anche la lettura attenta di un semplice calendario liturgico, che per i vecchi alpigiani era una sorta di Codice dell’Ordine. Il calendario – si sa – non si limitava a ricordare i giorni dell’anno, ma attraverso la simbologia legata ai santi, scandiva l’immaginario, i pensieri, il ciclo dell’esistenza in una successione continua di eventi rituali. Era dunque l’inverno, l’inverno gelido e pauroso (e in parte lo è ancora oggi), il tempo di fondamentali riti di passaggio della comunità. Il tempo dell’“immateriale”.

Da dicembre a Pasqua si dispiegava una successione di eventi prestabiliti e sempre uguali: si iniziava con il 6 dicembre (San Nicolò) con la festa dei Krampus (un evento diffuso in gran parte dell’Alto Adige e nelle Alpi friulane), e si proseguiva con la festa di Santa Lucia (il giorno più buio dell’anno, in onore della santa cieca, alla quale nel martirio erano stati cavati gli occhi), poi arrivavano le dodici notti magiche di veglia tra Natale e l’Epifania con la cerimonia della Stella e dei Re Magi, poi il 25 gennaio con il rito apotropaico per difendersi dalle vipere dell’estate successiva (giorno in cui San Paolo pare fosse stato morsicato da un rettile), seguiva il passaggio liberatorio del carnevale (il momento dei valori rovesciati, in cui il debole irride il potente, in un eccesso di piaceri che celebra il finale della stagione buia), seguiva la chiamata di marzo (con i fuochi sulle alture e le feste dei coscritti), e infine giungeva la Settimana Santa che culminava con le processioni di Pasqua, e la celebrazione del ramoscello d’ulivo benedetto piantato nei campo per propiziare il raccolto.

Oggi è il tempo del carnevale, e qui si apre un mondo, un mondo in un mondo “immateriale” che andrebbe esplorato come stiamo facendo in questi giorni. Per chi volesse saperne di più scriva su questo blog. Saremo ben lieti, noi Argonauti – insani (questo un po’ sì) viaggiatori sulle Alpi, di raccontare. Alla prossima.

MARCO ALBINO FERRARI

Posted from Sëlva, Trentino-Alto Adige/Südtirol, Italy.


 

Perché gli argonauti: raccontare, non documentare

senza commenti · lascia un commento

Fare dell’etnografia significa “scrivere” le culture, non scrivere di culture, ma entrare nel cuore dei mondi che scegliamo di raccontare e documentare. E al cuore del testo etnografico risiede proprio questa doppia dimensione. Qual’è la differenza tra una monografia etnografica e la letteratura di viaggio (diario, reportage, racconto e romanzo di viaggio)? Per l’antropologia accademica italiana e in parte per quella francese (discorso diverso si deve fare per l’etnografia cosiddetta “post-moderna) abissale. Scrive Louise Pratt (cf. “Scrivere le culture”, 1997), a proposito dei “viaggiatori casuali” dell’etnografia, tra cui l’accademia metterebbe il grande reporter Ryszard Kapuściński (1932-2007), tra i più innovativi narratori di culture, ma poco incline alla descrizione (presunta) oggettiva dei fatti, “per i non specialisti come me, la prova più evidente che qualcosa non va (nella monografia etnografica “canonica”), è data dalla semplice constatazione che la scrittura etnografica tende ad essere insopportabilmente noiosa. Com’è possibile, ci si chiede di continuo, che persone così interessanti, che fanno cose tanto interessanti, scrivano libri così insulsi? Che cos’hanno combinato?”. Se l’etnografia deve essere – com’è- mediatrice culturale, deve cominciare con una mediazione tra osservatore, osservato e lettore. In questo senso, ogni scrittura etnografica è una scrittura soggettiva, interpretativa, che vuole essere letta. Documentare significa prendere note, “appunti” testuali, visivi e sonori (su fatti, realtà ma anche impressioni soggettive) sul campo, da tradurre con un testo (che può essere in forma scritta o per immagini). Raccontare significa invece portare una esperienza in forma narrativa, dotandola di un senso e di uno sguardo critico. E considerando l’aspetto espressivo, strutturale, formale e stilistico. Perché se ciò che qualifica l’etnografo è il fatto di aver vissuto realmente una esperienza (vivere una cultura, ricoprirvi ogni ruolo, imparare la lingua ed essere accettati), allora anche un naufrago può essere (e lo è stato, nella figura di Hans Staden, cf. “La mia prigionia tra i cannibali – 1553-1555) un ottimo etnografo. Ciò che fa invece l’antropologo è fornire elementi critici ed espressivi, accanto naturalmente a quelli descrittivi ed analitici. Racconto personale e descrizione oggettivante possono convivere, come momenti separati dello stesso viaggio.Argonauti nelle Alpi è il racconto collettivo dei testimoni, delle comunità e dei riti che compongono il patrimonio immateriale delle Alpi, in particolare di quelle che modellano la geografia di quattro Regioni italiane, La Regione autonoma Valle d’Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano. Argonauti intende comunicare e stimolare consapevolezza e curiosità sul tema dei patrimoni immateriali, attraverso un piano di produzione culturale comunicazione integrata e crossmediale, con l’incontro tra testimoni, riti e comunità da una parte e quattro narratori, che si faranno “osservatori partecipanti”, dall’altra. Si comincia tra pochi giorni, questo giovedì, il 15 febbraio. Il primo narratore, Marco Albino Ferrari, insieme all’antropologa Chiara Piaggio andranno ad incontrare i primi testimoni in Val Gardena, guidati dallo “scout di Selva Stefan Planker, direttore del Museum Ladin (BZ). Cosa vedranno, ce lo racconteranno loro.
Riccardo Piaggio
Ideatore del progetto “Argonauti nelle Alpi”