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Perché gli argonauti: raccontare, non documentare

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Fare dell’etnografia significa “scrivere” le culture, non scrivere di culture, ma entrare nel cuore dei mondi che scegliamo di raccontare e documentare. E al cuore del testo etnografico risiede proprio questa doppia dimensione. Qual’è la differenza tra una monografia etnografica e la letteratura di viaggio (diario, reportage, racconto e romanzo di viaggio)? Per l’antropologia accademica italiana e in parte per quella francese (discorso diverso si deve fare per l’etnografia cosiddetta “post-moderna) abissale. Scrive Louise Pratt (cf. “Scrivere le culture”, 1997), a proposito dei “viaggiatori casuali” dell’etnografia, tra cui l’accademia metterebbe il grande reporter Ryszard Kapuściński (1932-2007), tra i più innovativi narratori di culture, ma poco incline alla descrizione (presunta) oggettiva dei fatti, “per i non specialisti come me, la prova più evidente che qualcosa non va (nella monografia etnografica “canonica”), è data dalla semplice constatazione che la scrittura etnografica tende ad essere insopportabilmente noiosa. Com’è possibile, ci si chiede di continuo, che persone così interessanti, che fanno cose tanto interessanti, scrivano libri così insulsi? Che cos’hanno combinato?”. Se l’etnografia deve essere – com’è- mediatrice culturale, deve cominciare con una mediazione tra osservatore, osservato e lettore. In questo senso, ogni scrittura etnografica è una scrittura soggettiva, interpretativa, che vuole essere letta. Documentare significa prendere note, “appunti” testuali, visivi e sonori (su fatti, realtà ma anche impressioni soggettive) sul campo, da tradurre con un testo (che può essere in forma scritta o per immagini). Raccontare significa invece portare una esperienza in forma narrativa, dotandola di un senso e di uno sguardo critico. E considerando l’aspetto espressivo, strutturale, formale e stilistico. Perché se ciò che qualifica l’etnografo è il fatto di aver vissuto realmente una esperienza (vivere una cultura, ricoprirvi ogni ruolo, imparare la lingua ed essere accettati), allora anche un naufrago può essere (e lo è stato, nella figura di Hans Staden, cf. “La mia prigionia tra i cannibali – 1553-1555) un ottimo etnografo. Ciò che fa invece l’antropologo è fornire elementi critici ed espressivi, accanto naturalmente a quelli descrittivi ed analitici. Racconto personale e descrizione oggettivante possono convivere, come momenti separati dello stesso viaggio.Argonauti nelle Alpi è il racconto collettivo dei testimoni, delle comunità e dei riti che compongono il patrimonio immateriale delle Alpi, in particolare di quelle che modellano la geografia di quattro Regioni italiane, La Regione autonoma Valle d’Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano. Argonauti intende comunicare e stimolare consapevolezza e curiosità sul tema dei patrimoni immateriali, attraverso un piano di produzione culturale comunicazione integrata e crossmediale, con l’incontro tra testimoni, riti e comunità da una parte e quattro narratori, che si faranno “osservatori partecipanti”, dall’altra. Si comincia tra pochi giorni, questo giovedì, il 15 febbraio. Il primo narratore, Marco Albino Ferrari, insieme all’antropologa Chiara Piaggio andranno ad incontrare i primi testimoni in Val Gardena, guidati dallo “scout di Selva Stefan Planker, direttore del Museum Ladin (BZ). Cosa vedranno, ce lo racconteranno loro.
Riccardo Piaggio
Ideatore del progetto “Argonauti nelle Alpi”

Written by echiadm

February 8th, 2012 at 12:19 pm

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